Negli ultimi anni della sua vita, Leonardo Sinisgalli tornava più spesso a Montemurro: due, tre volte l’anno. La casa ristrutturata era il luogo in cui portava a riposare il corpo ed il pensiero (tanto per evitare la retorica del luogo dell’anima!), specialmente dopo il 1978, anno in cui morì la moglie Giorgia con la quale aveva appena rimesso a posto quella piccola dimora sul Fosso di Libritti, quasi come un riscatto da quella prima volta che Leonardo portò Giorgia a Montemurro, dopo la guerra, e la sua famiglia non volle farla dormire nella casa paterna. Era “sconveniente” portare una donna già sposata e lei fu ospitata nella grande casa dello zio Giacinto, pochi metri più a valle.

Leonardo e Giorgia, con Filippo, avrebbero avuto piacere a frequentare di più il paesello, la sua gente. Il 1978 fu invece l’anno che tolse a Leonardo e Filippo la possibilità di tornarci con gioia e con Giorgia.

Nei tre anni che gli rimasero, egli tornava comunque spesso, anche se con animo diverso e con altri versi nell’anima: fu allora che pubblico la raccolta “Dimenticatoio”, in cui la sua poesia si fece più malinconica.

Nelle lunghe passeggiate in campagna ritrovava i luoghi della sua antica ispirazione: la “vigna vecchia” delle Piane e la campagna delle Canalette, dove da piccolo accompagnava volentieri lo zio Giovanni. Lunghe passeggiate verso la natura, a ricercare la bellezza dei paesaggi della valle dell’Agri. Quella valle così cambiata da quando, nel 1917, fu costretto a lasciare per studiare. Lui diceva di “essere morto a nove anni” e che “il ponte sull’Agri crollò dopo il nostro passaggio”.

Quel ponte non c’era più, è vero, e non perché crollato dopo il suo passaggio ma perché coperto da un lago, un lago artificiale che nei primi anni Sessanta era stato realizzato grazie alla costruzione della diga del Pertusillo. In quelle lunghe passeggiate, chi lo accompagnava (spesso era il cugino Vincenzo) raccontava che in Leonardo il poeta non surclassava quasi mai l’ingegnere, e l’esteta era sempre di pari passo con l’uomo di tecnologia e con l’amante della scoperta.

La ricerca non era tanto dei “luoghi dell’anima” nel suo paese, ma “dell’anima dei luoghi”: cosa gli comunicavano e dove cercarne l’identità. Erano lontani gli anni in cui era stato collaboratore di Mattei all’Eni ma la presenza del petrolio in Val d’Agri era già argomento di forte discussione e di interesse di popolo. E poi quell’opera mastodontica della Diga del Pertusillo non poteva non fare effetto all’ingegnere.

Dalle Canalette il panorama sul lago è mozzafiato, dall’alto si gode di una vista affascinante. “Ma ci pensi che questo è frutto di una diga?”, era la curiosità dei suoi accompagnatori, magari timorosi di un giudizio negativo. Invece il pensiero di Sinisgalli non fu affatto sferzante, amava anche lui quel panorama, aveva trovato l’anima di quel luogo e lo si doveva al lavoro di ingegneri e operai: insomma alla scienza ed alla tecnica. E questo a lui piaceva al punto da sentenziare che “l’opera dell’uomo è valida quando con la tecnica si migliora la natura, e questo è uno dei pochi casi che io conosca in cui l’opera dell’uomo ha migliorato la natura”.

Gianni Lacorazza

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