Sono un po’ di giorni che mi frulla in testa una domanda: “dovrei forse scrivere qualcosa sul food?”. E allora inizio a pensare, ma non ci crederete (o forse si, mica sono una scrittrice!) mi risulta molto difficile. Tanti scrivono di food, c’è quasi “un’indigestione” di cibo dovuta a format televisivi modello Masterchef, a invasioni di foto sui social, ad appassionati foodblogger che raccontano di prodotti e ricette, ai sostenitori di Slowfood e Eataly, ai contro-sostenitori della grande distribuzione “più controllata” e, infine, anche a Expo 2015, che dovrebbe nutrire il pianeta ma per ora è ancora la speranza di un terno a lotto.

Come però dice @glacoraz (“da Expo2015 a Basilicata2019. Obiettivo smart community“), per noi che stiamo nel turismo conta una sola cosa, qualsiasi turista prima o poi deve mangiare e vuole farlo bene, allora il food diventa il punto di partenza di un tema molto più ampio di quello che fotografiamo nel piatto.

Perché: se facciamo un viaggio a ritroso, una sorta di rewind del cibo dal nostro stomaco alla creazione di un piatto, troviamo elementi che spesso trascuriamo e che invece esalterebbero ancora di più l’esperienza emozionale del gustare.

Certo il gusto è il senso che più dobbiamo soddisfare attraverso il cibo ma la vista ci aiuta a pregustare. E un piatto servito con attenzione, non necessariamente con effetti speciali, ma con semplici tocchi di creatività, ci rende più predisposti all’accoglienza del cibo e per noi che “mastichiamo” di turismo sappiamo che preparare una buona accoglienza è fondamentale. Allora ogni scena di questo film ha il suo protagonista: quando mangiamo i protagonisti siamo noi, quando il piatto ci viene servito il protagonista è il piatto, quando viene cucinato il protagonista è lo chef che sceglie ricette e prodotti (ma non parlerò dei prodotti altrimenti diventa un colossal dal titolo “la Lucanica dai tempi di Apicio!”)

“E’ un lavoro che tante volte ti demotiva, ma sai che soddisfazione quando riesci a creare il piatto che avevi in mente!” mi ha detto la chef Tiziana Lopardo durante il viaggio per #gardachefparty, e io credo che si riferisse ovviamente tanto all’aspetto quanto al sapore; e ci pensate come è bello immaginare un sapore!

A #Gardachefparty  ho capito quanto sono orgogliosi della propria casacca gli chef, Tiziana l’ha portata con se come segno distintivo e la indossava con orgoglio così come gli altri chef dei TonelliHotels. In fondo ogni mestiere ha i suoi ferri e lo chef deve curarsi dei propri ferri del mestiere, dunque utilizzare con passione i suoi cinque sensi. Ci avete mai pensato? In cucina il cuoco usa tutti i sensi: si sente l’olio che sfrigge, suona l’acqua che bolle o parla il caffè che sale nella moka; e poi gli odori forti della cipolla, della menta e i delicati profumi di rosmarino e prezzemolo (si vede che sono del sud!); le mani toccano tutto, la “fluidità” dell’acqua, la morbidezza della carne, la durezza dei frutti della terra; gli occhi vedono forme e colori di cibi che ispirano piatti e, non infine ma prima durante e dopo, il gusto.

Quando la prima volta ho incontrato la chef Tiziana, nelle cucine della scuola dove insegna e ha “battuto cinque” con un suo allievo perchè aveva trovato la giusta combinazione di un piatto, o quando al #Gardachefparty gli chef erano felici di partecipare ad un evento che li rendeva protagonisti, ho percepito quell’entusiasmo che mi ha fatto dare un’anima ai piatti che mangiavo.

Questa è la forza della scelta della famiglia Tonelli che avrebbe potuto puntare solo sulla bellezza di Riva del Garda o sulla qualità degli hotels che ci hanno ospitato, invece ha puntato sui loro chef, sulla loro bravura in cucina, sui loro sorrisi, sull’anima dei loro piatti e sui prodotti dei loro partner per far parlare dei Tonelli Hotels; ovviamente in rete, perchè oltre alla forza del web anche chi sta in rete, come i turisti, a mezzogiorno vuole mangiare, e pure bene! :)

 

Annalisa Romeo
@annaliromeo

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