C’eravamo già interrogati qualche settimana fa sul proverbio “O’ fierr fa o’ mastr”, (link) che nella tradizione meridionale, vuol dire che quando un artigiano possiede strumenti adeguati può realizzare ottime opere. E questo può valere per falegnami come per chirurghi, per artisti come per cuochi. Oggi ripartiamo da qui per raccontare il food moderno in ottica BTO (link), dove il prossimo 2 dicembre proveremo a tenere insieme l’arte e la creatività degli chef alla tecnica di realizzazione, di innovazione e, ovviamente, di comunicazione. E dunque il cibo che diventa motivazione al viaggio.

Come ci ha insegnato Leonardo Sinisgalli, metteremo insieme le due culture: scienza e arte. E come nelle riviste sinisgalliane del dopoguerra,  ancora oggi il tema tiene banco nella rivoluzione digitale, sui social e su altre “diavolerie” definite così ancora da tanti. Noi vogliamo davvero capire se una buona opera dell’uomo sia frutto di buone macchine o se è l’uomo che crea le macchine a seconda della sua necessità. E vogliamo capire se, attraverso le tecnologie, tutti possono fare gli chef o se (la domanda in Italia è più retorica che altrove) ci vuole una marcia in più, quella dell’arte e della creatività.  Insomma, vogliamo capire se è davvero “O’ fierr che fa’ ‘o mastr” o se è “O mastr che fa’ ‘o fierr”.

E per farlo mettiamo insieme tre protagonisti che rappresentano appunto le “due culture”, ovvero scienza e creatività, che vogliamo “amalgamare”.

Da un lato Francesco Tapinassi  ci illustra come anche il cibo abbia bisogno oggi di una “macchina” indispensabile, che serva a raccontarsi bene ma anche a conoscere la propria reputazione in un mondo in cui si può essere anche un genio ma, se nessuno lo sa, restare anonimo. E, per rimanere agli insegnamenti di Sinisgalli, se non conosci la macchina non potrai mai governarla, non potrai mai farne un ritratto. Tapinassi ci accompagna in un approccio più scientifico allo studio dei social media, ancorando le analisi a indicatori concreti e preziosi ai fini dell’orientamento in un mondo in cui tutti pensano di saperne già abbastanza.

Dall’altro lato abbiamo i rappresentanti della creatività gastronomica. Federico Valicenti si definisce un “cibosofo” della cucina del sud. Nel Parco Nazionale del Pollino, tra Basilicata e Calabria, il suo ristorante è difficile da raggiungere e quindi la sua cucina deve saperla raccontare. A Masterchef era un cattivo giudice e chi lo conosce può confermare che, come si dice dalle nostre parti, “non è doce di sale!”. La sua assistente in cucina è la storia. A BTO serve la sua creatività perché è stato uno dei principali interpreti di una cucina che resta ancorata alla tradizione ma si evolve, supera i vecchi luoghi comuni e si presenta in maniera moderna. “Fave e cicoria” e “peparuol crusk” oggi al sud parlano inglese. Prego: “Favourite”!

E poi Carlo Vischi, uno dei principali esperti di food&travel. La sua evoluzione identitaria è proprio la perfetta sintesi tra le due culture che qui vogliamo amalgamare. Cuoco che si dedica al digitale per raccontare e diffondere conoscenza, raccontando i territori e le loro peculiarità, le loro qualità e le loro storie. Carlo Vischi lavora da anni concretamente a questa sintesi, coi suoi progetti in cui si incontrano gli stellati e i social network, e in cui la “risignificazione digitale” dell’identità di un luogo della tradizione gastronomica viene ripensata in ottica futura senza mai tradire la propria storia.

Il forno è questo. E’ la macchina in cui mettiamo ad incubare i nostri elementi da amalgamare, le nostre culture da fondere.

di Gianni Lacorazza

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