‘O mast fa ‘o fierr

14 ottobre 2014

Il dibattito sulla Civiltà delle Macchine è in atto da sempre: ogni epoca ha avuto le sue innovazioni tecnologiche e portato con esse entusiasmi e resistenze.

Leonardo Sinisgalli su questa consapevolezza ha costruito una delle esperienze editoriali e culturali di maggior pregio di sempre. Nel 1953 fondava per Finmeccanica la rivista “Civiltà delle Macchine” ed in essa riuscì a meglio far vivere la sua visione delle “due culture”, quella scientifica e quella umanistica in una sintesi che ancora oggi fa scuola.

“E’ la macchina che prenderà il sopravvento sull’uomo o sarà l’uomo a controllarla e governarla?”. “C’è un lento regredire delle nostre capacità intellettive o con la tecnologia tali capacità si esaltano?”. Conservatori e innovatori dibattono da sempre ed oggi più che mai, nell’era del digitale.

 Questa premessa inquadra il dibattito che il #furorSinisgalli di quest’anno ci ha invitato ad affrontare mettendo intorno ad un tavolo il professor Vittorio Marchis, uno dei principali esperti di letteratura e storia delle macchine e della tecnologia; Saverio Romeo , un lucano a Londra, ricercatore ed esperto di nuove tecnologie digitali, oltre che ammiratore e diffusore del “verbo sinisgalliano” in Europa, e il sottoscritto, in virtù di qualche interesse per il Sinisgalli comunicatore, un po’ la storia del design e la rivista Civiltà delle Macchine. – [Meccanima “Civiltà delle macchine” negli anni di Leonardo Sinisgalli (1953-1958)]

La riflessione che mi spinge a partire nel ragionamento è data dalla copertina del libro di Marchis che è al centro dell’evento: “150 (anni di) storia delle invenzioni italiane America”.

Marchis descrive 150 invenzioni, racconta le più disparate idee siano esse macchine bizzarre o utili invenzioni che hanno poi realmente migliorato le cose dell’umanità ma decide di pubblicare in copertina la  macchinetta del cappuccino. Come il caffè è un simbolo dell’Italia, della sua creatività e del suo forte legame con i sapori della tradizione. Cioè a dire: pur di farsi un caffè o un cappuccino come si deve, l’italiano si inventa una macchinetta adatta!

E qui mettiamo subito le mani… nel piatto. Per rimanere in tema di cibo e gastronomia, una delle pietanze simbolo dell’identità lucana è il baccalà coi peperoni cruṡchi. Intanto diciamo che ogni occasione è buona, ovviamente, per promuovere e far conoscere ai non lucani le eccellenze che offriamo e quando lo facciamo con un pizzico di creatività, diamo quel valore aggiunto che non guasta mai.

Sembra strano, ma un buon tortino di baccalà e peperoni cruṡchi lo possono fare tutti, basta lo strumento adatto; la macchina giusta. In questo caso la macchina è semplicissima e costa circa due euro: con un risultato di evidente successo.

Un esempio così “dialettale” un senso ce l’ha. In realtà è ispirato proprio a Civiltà delle Macchine ed in particolare ad un articolo proprio del suo fondatore Leonardo Sinisgalli, nel primo anno di vita della rivista. Il saggio era intitolato “Una lucerna, una lanterna e un’oliera” e descriveva l’attività dello stagnino di Montemurro, Giacinto Fanuele, ricordando gli episodi da bambino quanto l’artigiano si recava nelle case a riparare gli attrezzi d’uso comune. Attrezzi semplici a cui le famiglie erano abituate ma Sinisgalli le inseriva nel dibattito dell’epoca sul funzionalismo e sul design, nella discussione tra l’utile e il bello, accostando lo stagnino Giacinto ai grandi designer e definendo quegli oggetti come “espressioni dialettali di standard”.

E per rimanere nel dialetto, il pensiero va subito ad un proverbio della cultura meridionale: “O’ fierr fa’ o mast”! Vuol dire che un buon artigiano, un artista, un meccanico, un chirurgo, sono tanto più bravi e raggiungono più facilmente i propri risultati se dispongono dei mezzi adatti. (La foto di seguito raffigura i ferri usati nella Scuola del Graffito di Montemurro per realizzare il graffito polistrato) 

Il dibattito sulla natura delle macchine dunque, qui ritorna ancora. Sinisgalli nei suoi anni di direzione della rivista ha più volte stimolato i suoi amici su questo tema. Giuseppe Ungaretti, Giansiro Ferrata, Carlo Emilio Gadda, sono solo alcuni che si sono cimentati sul tema “uomo e macchina” all’interno di un dibattito vecchio quanto il mondo (o almeno quanto la storia della tecnologia). E’ la macchina (l’innovazione tecnologica) che rallenta la capacità dell’uomo o l’uomo che governa la macchina e non si fa sopraffare? Quante persone guardano i propri figli usare di continuo una calcolatrice rimpiangendo “i tempi in cui i calcoli si facevano a mente”? Pensando che con queste nuove modernità la mente non si allena? Anche se io mi chiedo se, in fondo, i bambini di cinque anni di oggi siano davvero meno svelti e perspicaci di quanto non lo fossimo noi più di trenta anni fa.

Leonardo Sinisgalli, dunque, fu un protagonista indiscusso dal dopoguerra in poi del dibattito sull’innovazione tecnologica, lo fece con le sue riviste e con le sue idee, mise a confronto entusiasti progressisti e scettici conservatori, provocando gli uni e gli altri. E prese parte alla discussione inserendosi prepotentemente nel dibattito tra l’utile e il bello. Un dibattito iniziato un trentennio prima con il Bauhaus, la scuola tedesca di design che avviò il passaggio dall’artigianato artistico allo standard, interrogandosi proprio sulla convivenza tra l’utile e il bello. Negli anni Cinquanta questo dibattito sembrava superato, ancora in Germania, dalla scuola di Ulm, che propendeva per un funzionalismo più radicale. Ma in Italia non attecchì in maniera preponderante proprio per il ruolo esercitato da alcuni grandi “influencer” come Sinisgalli. Civiltà delle Macchine, infatti, fu denominata “la rivista delle due culture” proprio per la capacità di Sinisgalli di portare all’interno di essa la sua identità di uomo complesso, bifacciale. Il poeta-ingegnere ha coniugato la cultura umanistica e quella scientifica equiparandone la dignità; ha mantenuto equilibrio tra la tecnica e la poesia, tra l’utile e il bello, tra la forza del passato e la prospettiva del futuro. Non a caso la prima copertina di Civiltà delle Macchine fu dedicata ai disegni sul volo umano di Leonardo da Vinci (Leonardo!), ovvero al sogno di come l’uomo, attraverso la macchina, può superare i propri limiti.

La storia dell’industria nazionale ne ha ovviamente subìto l’influenza ed il ”miracolo economico italiano” non può non aver avuto una diretta relazione anche coi grandi intellettuali che furono chiamati dalle grandi aziende ad offrire il loro pensiero in termini di comunicazione e innovazione.

Sinisgalli prestò la sua opera a Pirelli, Olivetti, Enrico Mattei all’Eni; lavorò per Bassetti e Alitalia ed ebbe un lungo sodalizio con Giuseppe Eugenio Luraghi prima alla Linoleum, poi all’Alfa Romeo e a Finmeccanica, quando creò appunto Civiltà delle Macchine. Grandi manager che hanno cambiato l’Italia; al loro fianco la creatività, la poesia e la tecnica del poeta-ingegnere di Montemurro.

Oggi tutto questo si riversa nelle nuove tecnologie digitali ed il dibattito (lo scontro) tra gli scettici e gli entusiasti è ancora più forte. Gli smartphone, i device e le loro app da un lato, la penna e la carta dall’altra. I social network contro i giornali, gli e-book contro i libri. Ovviamente qui parliamo di radicalismi, in quanto nessuno vieta che le due dimensioni possano coesistere (Sinisgalli docet!) anche se, a mio avviso, il radicalismo è molto più frequente nei conservatori, i quali spesso definiscono “diavolerie” le innovazioni del digitale e del web.

Mi aiuto in questa riflessione con l’ultimo libro di Mafe de Baggis dal titolo “#luminol – tracce di realtà …”, nel quale l’autrice afferma che l’alfabetizzazione digitale dovrebbe passare innanzitutto per l’educazione civica (la civiltà!) e magari (aggiungo) per un po’ di memoria su come i cambiamenti tecnologici abbiano inciso nella trasformazione dell’umanità.

Dunque, tornando al ragionamento su chi governa chi, se uomo o macchina; considerato il contributo di creatività che gli inventori e gli scienziati italiani hanno offerto alla storia del mondo, considerato che “il ferro fa il mastro”, ma ci vuole anche un altro mastro (un uomo) che quel ferro lo abbia inventato partendo proprio da qualche bisogno di funzione, mi piace pensare che in realtà sia utile anche dire che “‘O mast fa ‘o fierr”, e lo fa usare agli altri. 

Del resto l’innovazione tecnologica non si lascia fermare dallo scetticismo conservatore: le macchine ci sono, ci saranno e miglioreranno sempre più. Se le impariamo ad usare le governeremo con la nostra intelligenza, altrimenti le subiremo.

E poi il mondo si dividerà tra chi le subirà e chi le indosserà, facendone un vestito a propria misura. Oggi si chiamano “wearable technologies” e su questo blog ne ha già parlato Saverio Romeo accostandole proprio a Sinisgalli. [“Wearable Technologies nel nome di Leonardo Sinisgalli e di Civiltà delle Macchine“]. 

Chi produce le tecnologie indossabili è un innovatore; innovatore delle tecnologie. Chi produceva prodotti “indossabili” erano i sarti, erano artigiani veri. E vale la pena ricordare che Leonardo Sinisgalli era il figlio di un sarto.

 

di Gianni Lacorazza

 

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