Navigando di qua e di là il mio click è caduto su insolitimusei.com, dove trovi tutto ma davvero tutto: il museo del rubinetto, quello del cioccolato, della lambretta, degli studenti, del cognome, del far west e via ancora con tanti altri inarrestabili, insuperabili, indefinibili musei. Ma il museo… ce l’ha un’anima?

Ebbene a mio avviso l’anima c’è ma nulla ha a che vedere con l’oggetto o gli oggetti esposti, anzi, meno oggetti ha, più il museo comunica e più la sua anima si fa avanti. L’anima del museo, quello moderno, è nel racconto di cui si fa portavoce, è nella sua capacità di comunicare ciò che sta oltre l’oggetto, evocando trame e orditi, ricostruendo storie ed aneddoti, sollecitando l’immaginario di ciascuno e toccando le corde della sensibilità del singolo.

Un racconto fatto di un insieme coerente di sollecitazioni uditive e visive, di ambientazioni tenute insieme da un filo narrativo, che non è necessariamente narrazione testuale ma si presenta come linea melodica lungo la quale prendono forma le emozioni del singolo, uniche  e per questo diverse.

Quanto più si serve di una pluralità di linguaggi mutuati dai diversi media, tanto più il museo comunica e poco importa se gli “oggetti/contenuti” che espone sono reali “pezzi da museo”: ciò che conta è la loro capacità di svelarsi, diventare provocatori di emozione, motori di esperienze, propulsori di percezioni. E tutto questo non può che passare attraverso il racconto che potrà essere in voce, in luce, in immagini o … in segni.

Un racconto ritmato, con punte di massima spettacolarizzazione e passaggi modulari, un racconto capace di seguire la scala delle temperature, passando da toni caldi, più o meno intensi a momenti tiepidi, quelli che permettono la metabolizzazione di quanto percepito e lasciano al visitatore la possibilità di vivere un’esperienza polisemica che leghi emozione e ragione: esperienza di senso  provocata dall’emozione sprigionata dallo “spirito del luogo” e dal suo portato culturale ed  esperienza di conoscenza provocata dal portato di informazioni e dalla ricchezza evocativa del racconto.

Un’esperienza di senso, molto forte vissuta qualche anno fa al Memoriale di Caen prima e all’Historiale di Cassino poi, dove l’impatto della grande immagine, la forza dei contenuti nell’assenza della parola, in un clima di “sospensione” e di “attesa” hanno provocato in me una situazione di “stordimento” e un crescendo di emozioni: paura, rispetto, sospetto, sofferenza, condivisione, in un racconto fatto di silenzi… il silenzio dell’anima.

[…]Un racconto è come una barca fatta per andare a vela, deve essere leggera sopra, ma pesante sotto, abbastanza da non rovesciarsi. Spostando dei pesi cambia il modo di navigare, a volte si trova un equilibrio inspiegabile ma buono, altre volte lo si perde senza sapere il perché. [Marco Paolini, Quaderno del sergente, Einaudi 2008]

Maria Gerardi

 

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