I progetti, le idee, le visioni e le strategie sui social stanno ormai diventando infinite e sempre più si sono affiancate ad una pratica diffusissima di presenza su queste piattaforme, da cui in sostanza ne ha avuto origine l’utilizzo di massa, che è quella del “cazzeggio” (nel titolo ho dovuto essere soft ma non è la stessa cosa!).

Le attività crescono sempre di più ed ogni volta che ci si rende conto che la diffusione dei nuovi media ha cambiato la società moderna, contemporaneamente ci si rende anche conto che questo nuovo mondo deve far parte della nostra quotidianità; con le sue cose serie e con quelle meno serie.

Sicuramente per quelli di una certa età è più difficile adeguarsi rispetto ai cosiddetti “nativi digitali” (cioè le persone nate quando i media digitali erano già diffusi) ma sappiamo che non c’è altra via e chi si ostina a fuggire da tutto ciò si illude di fermare il vento con le mani. Siamo come su una macchina che cammina indipendentemente dalla volontà di un singolo: se impariamo a guidarla possiamo viaggiare sereni, altrimenti la macchina ci porta fuori strada; a sbattere. E se decidiamo di non salire in auto, allora rimarremo fermi mentre tutto ciò che ci circonda va avanti.
Per questo i progetti crescono, le idee si sviluppano, l’economia legata ai nuovi media ed alle nuove tecnologie non conosce battute d’arresto.
Ma se per costruire una casa bisogna analizzare il terreno, anche per realizzare un progetto bisogna conoscere lo spazio in cui esso si va a collocare. E per questo oggi sono in continua evoluzione le analisi, le ricerche, gli studi relativi ai comportamenti sui social, i report che descrivono le dinamiche sociali ai tempi dei social media (appunto, “social media”, proprio perché oggi vengono considerati nuovi media in piena regola); e poi tanta produzione editoriale, tanti libri, anche cartacei, che raccontano il mondo digitale. Insomma, si muovono tanti pensieri intorno a tutto ciò e la stessa nascita di Animarkenting.it, avvenuta ormai da alcuni anni, è dovuta proprio a questa consapevolezza, provando a riflettere su come riteniamo (sin dal primo post) che i social sono destinati a divenire la principale piattaforma culturale della modernità e che sia utile e necessario che a presidiare i contenuti, i linguaggi, i pensieri, ci sia obbligatoriamente anche una categoria di “utenti che sanno”, per evitare di lasciare questi spazi in mano all’approssimazione culturale.
Diciamola meglio. I social saranno sempre più un aggregatore di produzione culturale, anche se prodotta altrove, nei salotti, nei libri, nei convegni, se chi produce cultura non ne sottovaluta la potenzialità e se saranno considerati sempre meno “diavolerie” da cui rifuggire, evitando di lasciare il campo all’improvvisazione culturale. Serve dunque un appello ad uomini di scienza e conoscenza in questa nuova Civiltá delle Macchine, con queste nuove Macchine della Civiltá; serve che tutti impariamo a guidarle meglio possibile.

E così può diventare serio anche il faceto. Un esempio è quello di un recente esperimento su Facebook, che può essere considerato un piccolo caso per riflettere. A Natale scorso mi sono divertito a “cazzeggiare” (c’è poco da fare, ormai il termine è di uso comune e difficilmente traducibile!) prendendo un peperone crusco lucano e trasformandolo graficamente in cappello di Babbo Natale, l’ho applicato alla mia foto e l’ho pubblicato come immagine del mio profilo. L’idea è piaciuta a tanti amici di Facebook, specialmente a quelli “importanti della rete”: amici influencer del mondo del web marketing turistico con un importante seguito sui social. Tutti con il mio cappellino crusco in testa al punto da realizzare un album sulla mia bacheca che conta 28 foto. E ovviamente lo scherzo ha favorito senza dubbio la diffusione della conoscenza di un prodotto della gastronomia lucana che, considerato il rapporto costo/beneficio, ha avuto effetti che in altre campagne strutturate non sempre si riescono ad avere.

Il punto è che proprio la leggerezza aiuta la creatività. Se io avessi avuto uno scarso successo la cosa sarebbe passata inosservata e nessuno avrebbe pensato ad una figura barbina. Perché i social sono anche il luogo della libertà intellettuale. Decenni fa un autore non poteva permettersi di pubblicare un libro scherzando, un libro era solo una cosa seria! Oggi, coi nuovi media, i nuovi autori, anche quelli più seri ed autorevoli (ovviamente non io!), possono fruire di una piattaforma di pubblicazione dei loro pensieri di cui, per fortuna, la leggerezza è componente fondamentale ed il concetto di flânerie [scusate il francesismo! Sostituiamo “cazzeggio” e chi me lo ha suggerito si assumerà la responsabilità!:)] è entrato sostanzialmente tra le cose serie della nostra vita.

Ma c’è un tema anche più realistico da valutare. Gli studiosi “seri” di sociologia hanno bisogno di tempo per tirare fuori i risultati di una loro ricerca, gli studiosi meno seri dei social (i “socialogi”) possono monitorare gli eventi giorno per giorno come siamo abituati a fare e capire prima degli altri dove sta andando il mondo. E così studiosi si è tutti. Del resto si può anche prendere in considerazione come Facebook, solo per fare un esempio, abbia modificato le policy inserendo importanti elementi di supporto alle famiglie per la tutela dei minori, rendendosi conto velocemente dei rischi da prevenire. Su questo tema in realtà si stanno già elaborando i primi progetti “socialogici”, a cui è interessato il coordinamento nazionale dei Corecom, particolarmente sensibile a monitorare i cambiamenti al punto da istituire una nuova delega ai “minori e nuovi media”.
Ora, anche se qualcuno in America ha lanciato questo termine, per noi italiani è diverso e possiamo essere meno seriosi (ma non meno seri) nel chiamare tutto ciò SOCIALOGIA, con la speranza di dare un contributo all’osservazione ed al cambiamento sociale attraverso il digitale ma senza avere la velleità di dire e fare cose per l’umanità tutta, basta farle per quel poco di umanità che ci circonda. E stare bene così.

 

Gianni Lacorazza

 

Link album “Cruscopoli”
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