(
di Saverio Romeo)

“Dobbiamo andare a parlare nelle campagne” diceva mio padre, una vita spesa nella politica locale in Lucania, terra rurale e periferica per definizione. Prendeva la sua Golf celestina, la riempiva di gente, me incluso, ed in giro per le campagne fino a tarda sera. Si fermavano in varie case. Si parlava, si discuteva, si proponeva e, a volte, si stava seduti in silenzio a prendersi le prediche. Ma l’effetto era che le campagne venivano ascoltate e diventavano parte del dibattito. Erano gli anni ’80, subito dopo il terremoto, e la piazza era il luogo del dibattito, il centro delle informazioni e delle idee, il gateway, per usare un linguaggio consono al mondo di Internet. Andare nelle campagnie significava collegare il gateway all’utente finale, coprire il cosidetto “ultimo miglio”.

L’avvento di Internet e delle tecnologie digitali ha disintegrato quel sistema con la promessa di un mondo connesso, partecipativo, senza periferie, un mondo piatto senza confini come si usava dire agli inizi degli anni ’90. Ma la disintegrazione di quel sistema non e’ venuta con la realizzazione della promessa di un nuovo mondo connesso, ubiquitamente intelligente, con simili opportunita’ dal piu’ remoto angolo del mondo al centro delle grandi città. Invece, le città sono diventate le avidi attrattrici di risorse, le detentrici delle informazioni, le esecutrici della globalizzazione e i luoghi che hanno tratto i benefici maggiori. Ben presto, infatti, si comicia a parlare del digital divide definito in varie dimensioni geografiche e demografiche. Le realta’ periferiche e rurali d’Italia e d’Europa si ritrovano a rivivere la loro margianilita’ nonostante le promesse del mondo digitale. La fibra ottica viene portata in citta’. Nel piccolo paese, si viaggia ancora ad ISDN!

Il mondo rurale e la periferia vengono date per scontate per troppo tempo. Si tenta di coprire il digital divide, ma con investimenti non strategici. Ad un certo punto, si ha una bandalarga decente, ma non si sa come usarla. Ci si collega al mondo globalizzato senza saperne che fare e vedendo gli altri percepirne i benefici. Intanto, le tecnologie continuano a svilupparsi alimentando il paradigma della globalizzazione. Questo sviluppo tecnologico ci porta oggi verso la visione dell’Internet delle cose. Le premesse di quella visione sono davvero radicali in termini d’impatto sulla nostra vita migliorando servizi, creando nuovi, migliorando le condizioni di vita indipendentemente da dove si vive. Ma come il paradigma della “Societa’ dell’Informazione” aveva promesso opportunita’ per tutti finendole a dare laddove c’era il capitale, il paradigma dell’Internet delle Cose sembra prendere la stessa piega. Il concetto di smart city, che e’ uno degli esempi rilevanti dell’Interent delle Cose, riporta la concentrazione dello sforzo di risorse nelle grandi citta’. Le realta’ periferiche continuano ad essere date per scontate. Sembra quasi che le si abbandoni perche’ consapevoli che non hanno futuro e che il futuro sta nei grandi centri urbani. Cosi’ si sta creando un nuovo digital divide, da una parte i centri urbani che sfruttano l’Internet delle Cose per muoversi avanti in termini di opportunita’ e servizi, ed i centri rurali e periferici che rimuginano nella loro marginalita’. E quando hanno l’opportunita’ di sfogare questa marginalita’, lo fanno con impeto. Ed in questa marginalita’, in questo essere tagliati fuori dalle opportunita’, che possiamo anche trovare i motivi per una vittoria del Brexit al recente referendum nel Regno Unito. L’Unione Europea percepita come ente estraneo, esecutore della globalizzazione, accentratore di opportunita’, e quando e’ presente lo e’ in forma paternalistica. E’ tutto cio’ non e’ un fenomeno puramente britannico, ma presente in tutte le realta’ periferiche e rurali d’Europa.  Ed e’ da queste che bisogna ripartire, dall’Europa delle periferie. Bisogna ritornare a prendere la Golf celestina sporca e malconcia per andare a parlare nelle campagne.

Saverio Romeo – London

 

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