All’anima del contesto!

14 settembre 2012

Il filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein sosteneva che una frase fosse una mera immagine di una situazione, come una foto, come uno dei tanti plastici esposti nel salotto di Porta a Porta.

Ma ci sarà una differenza fra vedere la foto di una ragazza che si allontana da una casa lasciata al buio, leggere nell’ultima pagina di un romanzo rosa la frase “si allontanò senza voltarsi più indietro” e sentire il racconto disperato di quella donna con il viso solcato dalle lacrime davanti ad un commissario di Polizia?

In tanti, più autorevoli di me sicuramente, hanno voluto vedere nel cosiddetto Contesto ciò che fa la differenza ed hanno sottolineato come, contestualizzata, la stessa frase assumesse significati diversi a seconda che venisse proferita con rabbia, con voce tenue o con sguardo malinconico. Così quella mera immagine si è conquistata un’anima.

Mi raccontava un’amica che a teatro fanno un esercizio che lì per lì mi ha fatto sorridere: uno scioglilingua qualsiasi viene recitato con rabbia, disperazione, gioia o sorpresa. Ora, a parte lo spettacolo di sentire “ambarabà cici cocò tre civette sul comò” recitato con toni struggenti, potete immaginare quale differenza possa fare in un caso del genere il contesto.

Ma che cosa accade se il contesto è il box di un tweet riempito da quei 140 caratteri che sembrano non bastare mai quando hai tanti amici da menzionare e un’emozione da raccontare loro?

“Agli apprendisti guru facciamo credere che possono indurci a fare quello che vogliono. #chesaddafa

Uno dei tanti tweet scambiati con un compagno di merenda (o di gelato), io che lo “fraintendo” leggendolo come la più logica conseguenza di un episodio accaduto pochi minuti prima e…si alza il sipario sulla commedia dell’equivoco.

A quanti di voi sarà capitata la stessa cosa? A quanti sarà capitato di scrivere su uno dei tanti social una frase che raccontasse l’emozione di un momento e di ritrovarsi con un elenco di commenti/risposte, ognuno diverso dall’altro, ma soprattutto ognuno con un’interpretazione diversa del proprio pensiero e magari nessuno con la “giusta” chiave di lettura?

Hanno tutti frainteso? Qual è la giusta chiave di lettura? Io direi piuttosto che ognuno ha inteso a modo suo, che ognuno ha dato la propria chiave di lettura, che ognuno l’ha contestualizzato nel proprio contesto ed ecco allora che quei 140 caratteri non hanno un’anima sola, ma tante anime, tutte quelle che ogni persona che legge gli trasferisce nel momento in cui gli associa un’emozione.

Michela Occhionero

Comments are closed.